domenica 28 giugno 2026

Case Sparse Fest, musica, natura e storia a Rocchetta a Volturno


Ufficializzata la line-up della quinta edizione, in calendario il 17 e 18 luglio a Villa Neri. Un cartellone di altissimo profilo che unisce musica indipendente, memoria storica e grandi itinerari culturali.

Il sole di luglio picchia forte sulla roccia calcarea delle Mainarde, ma quassù, tra l’ombra dei faggi e il respiro fresco del Volturno, il tempo segue un ritmo tutto suo. Il Case Sparse Fest – in calendario venerdì 17 e sabato 18 luglio 2026 a Villa Neri (Rocchetta a Volturno in provincia di Isernia, comune situato nell'area del Parco Nazionale D'Abruzzo, Lazio e Molise)) – non è solo una rassegna musicale, ma un piccolo manifesto di rigenerazione sociale firmato dall'associazione Mainarde Lab Aps.

Il nome stesso del festival racconta una ferita e una rinascita: "Case Sparse" evoca infatti quella costellazione di nuove abitazioni e sentieri nata a valle nel secondo dopoguerra, quando gli abitanti furono costretti ad abbandonare l'antico e instabile borgo medievale di Rocchetta Alta. Oggi il festival unisce la musica indipendente a questa memoria, abbattendo ogni distanza tra artisti, residenti e viaggiatori.

La Line-up del Festival: dall'eclettismo al combat-rock

I palchi all'aperto di Villa Neri si accenderanno a partire dalle ore 19:00, offrendo una due giorni densa di contaminazioni e dominata da pesi massimi della scena indipendente:

Venerdì 17 luglio – Il viaggio e l'uragano jazz: L'apertura è affidata a D(--)B Reworks, un progetto trasversale ispirato da viaggi e diverse influenze culturali, capace di fondere ritmi dub, reggae ed elettronica in un'affascinante e rarefatta esplorazione sonora. Alle 22:00 la scena sarà tutta per il grande protagonista della prima serata: Daniele Sepe, sul palco con il progetto "Spiritus Mundi" & Galactic Syndicate





Sassofonista e compositore napoletano, Sepe è da trent'anni il simbolo di un jazz anarchico, libero ed eclettico, capace di fondere la tradizione colta, il folk rurale e i canti di protesta internazionali in un unico, travolgente linguaggio universale. Nei suoi live unisce una tecnica strumentale straordinaria a un'ironia dissacrante. A seguire, dalle ore 24:00, la chiusura della prima notte sarà affidata alle selezioni house di Davide Messina, un talento cristallino con quasi mezzo milione di ascolti all'attivo e già vincitore di ben due contest su m2o.
  • Sabato 18 luglio – L'energia militante dei 99 Posse: mentre l'apertura (ore 19.00) sarà affidata nuovamente alle sonorità di D(--)B Reworks, il fulcro assoluto della serata (ore 22:00) sarà l'energia incendiaria dei 99 Posse.




La storica band partenopea guidata da 'O Zulù, icona indiscussa del combat-rock, dell'hip-hop e del raggamuffin italiano fin dai primi anni '90, salirà sul palco per un live ad altissimo impatto sonoro e lirico. Con una storia scandita da album epocali come Curre curre guagliò, il collettivo saprà intrecciare i grandi inni generazionali della propria carriera alla consueta e graffiante critica sociale, affrontando temi complessi legati alle periferie e alla resistenza culturale. A seguire, l'after-show ufficiale e i saluti finali saranno affidati alle selezioni di Danila Gipsy, collezionista di suoni che rifiuta le etichette per muoversi liberamente tra i groove caldi degli anni '70, '80 e '90 e le più fresche vibrazioni della house contemporanea.

Cosa fare di giorno: itinerari tra arte, natura e storia

Le attività outdoor e i luoghi d'interesse si sviluppano tutti a pochissimi chilometri dal centro del festival, offrendo lo scenario perfetto per una breve vacanza immersa nella natura incontaminata, dato che l'intero territorio fa parte del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise:

  • Natura selvaggia e cammini del Parco: Trovandosi all'interno del Parco Nazionale, l'area offre una biodiversità e paesaggi mozzafiato. Per rinfrescarsi ci sono le fiabesche e cristalline Sorgenti del Volturno, le cui acque limpidissime possono essere costeggiate a piedi o in bicicletta. Gli amanti del trekking e delle escursioni guidate possono esplorare gli antichi tratturi e i sentieri che si snodano tra i boschi tutelati dall'area protetta, oppure perdersi nel silenzio del borgo fantasma di Rocchetta Alta.

  • La memoria del Novecento e la Resistenza: Queste montagne sono state l'epicentro di snodi cruciali della Seconda Guerra Mondiale lungo la Linea Bernhardt. A Rocchetta Nuova è d'obbligo una tappa al ricco M.I.G.M. (Museo Internazionale delle Guerre Mondiali). Per i camminatori, l'itinerario storico per eccellenza è l'ascesa a Monte Marrone, teatro dell'eroica battaglia degli Alpini del Corpo Italiano di Liberazione nel marzo 1944. Poco distante, la storia incrocia il tragico sacrificio del giovane intellettuale Giaime Pintor, ricordato da un cippo proprio nei pressi di Castelnuovo al Volturno.

  • I tesori d'arte e archeologia: A brevissima distanza si può scoprire l'Abbazia di San Vincenzo al Volturno, uno dei poli monastici più importanti dell'Europa altomedievale che custodisce gli straordinari affreschi del IX secolo nella Cripta di Epifanio. Altrettanto suggestiva è la vicina Chiesa di Santa Maria delle Grotte, un santuario benedettino semi-rupestre romano-gotico con una vera e propria galleria pittorica nella roccia viva.

  • L'Atelier di Charles Moulin: Sempre nella frazione di Castelnuovo si trova la casa-museo dell'omonimo pittore francese, che scelse l'eremitaggio volontario tra le vette delle Mainarde per catturarne la luce e la natura solitaria, oggi protetta dal Parco Nazionale.

Tra un'escursione e l'altra, la vita del festival a Villa Neri continuerà a scorrere pigra tra aree relax, mercatini artigianali e stand enogastronomici dedicati alle eccellenze locali.


martedì 12 maggio 2026

Campobasso, il tramonto della “Città Totale” e la sfida della Città-Territorio


Il 1979 non è solo una data sul calendario, ma rappresenta il confine di una Campobasso che non esiste più. Era un’epoca in cui la città, racchiusa nel perimetro vitale del centro murattiano, pulsava di una vitalità oggi rimpianta. Se guardiamo alle immagini di quegli anni, ci accorgiamo di un paradosso urbanistico: la città è cresciuta a dismisura dal punto di vista edilizio, espandendosi verso direttrici e zone un tempo agricole come Colle dell’Orso, San Giovanni dei Gelsi o le contrade di Vazzieri fino a toccare Ferrazzano, pur mantenendo — paradossalmente — più o meno lo stesso numero di abitanti.
Questa dilatazione urbana ha portato con sé uno svuotamento del cuore pulsante di quella che nel video rappresenta una romantica comunità. Un tempo, il centro era l’organismo totale della vita cittadina: era la sede naturale di scuole affollate, come il Romita, il Pilla e le due d’Ovidio, ma era soprattutto il luogo dove si nasceva, ci si curava e si sognava.
A dare ritmo a quella Campobasso "centripeta" c’erano motori sociali che oggi sono stati delocalizzati o spenti, lasciando vuoti incolmabili.
Il vecchio Cardarelli, per esempio, situato nel cuore del tessuto murattiano, non era solo un presidio sanitario. Era un polmone che pompava vita h24 nelle strade limitrofe. Tra medici, infermieri, pazienti e familiari, l'ospedale garantiva un indotto umano e commerciale costante, oggi svanito con il trasferimento a contrada Tappino.
Anche lo sport era un rito collettivo celebrato tra le palazzine del centro. Il fermento domenicale del vecchio campo sportivo Romagnoli portava migliaia di persone a vivere le strade urbane, un’energia che oggi è stata confinata nelle aree periferiche.
Dalla stazione centrale, oggi ridotta a un presidio malinconico, partivano treni diretti verso Roma, Napoli e Pescara. Era il porto della città, il legame fisico con le grandi direttrici nazionali. Quella stazione, oggi silenziosa, assiste a una riduzione drastica dei servizi che ha reciso il legame storico tra il Molise e il resto d'Italia.
La città di allora, che non conosceva ancora l’università, sembrava godere di un fermento unico, alimentato da un contesto economico irripetibile legato alla nascita della Regione Molise nel 1963. Era una Campobasso gonfia di impiego pubblico, dove le grandi direzioni statali prima della dismissione (Enel, Sip, Ferrovie, Anas) garantivano stabilità a centinaia di famiglie. Questa massa critica di lavoratori riversava la propria capacità di spesa nell'unica zona commerciale allora esistente: il centro.
Oggi quella centralità è svanita, frammentata da una distribuzione commerciale che ha pervaso ogni quartiere a discapito del nucleo storico, privandolo del suo ruolo di aggregatore sociale. La trasformazione ci pone di fronte a un interrogativo quasi esistenziale sulla città del futuro, un futuro che è già presente nelle serrande abbassate e nel silenzio di certi androni.
Dobbiamo avere il coraggio di chiederci cosa diventerà il tessuto urbano quando l'onda d'urto del commercio online avrà desertificato ulteriormente quelle centinaia di vetrine che un tempo erano il riflesso del benessere locale. Quelle luci non si riaccenderanno con la vecchia logica del negozio di vicinato; siamo davanti a una massa critica di spazi che hanno perso il loro scopo e si sono trasformati in vistose cicatrici architettoniche.
A questo si aggiunge la crisi silenziosa ma drammatica del patrimonio abitativo privato. Viviamo in una città verticale fatta di palazzine degli anni Cinquanta e Sessanta, spesso prive di ascensori, che oggi subiscono una contrazione del valore di mercato che sfiora il 75 o l'80% rispetto ai prezzi di un tempo. È un capitale che si sgretola sotto i piedi dei proprietari, rendendo quegli appartamenti delle "trappole immobiliari" per una popolazione che invecchia e che non trova più in quelle mura un valore sicuro, ma un peso.
Questa desertificazione è alimentata anche dalla digitalizzazione dei processi amministrativi. Non c'è più bisogno di spostarsi dai comuni limitrofi per una pratica burocratica: la rete ha sottratto al centro quel traffico umano che alimentava bar e uffici. Contemporaneamente, mentre i servizi pubblici arretrano, abbiamo assistito inermi alla materializzazione imponente di centri commerciali e di oltre una dozzina di grandi magazzini cinesi distribuiti nella cintura urbana. Questi poli hanno "sequestrato" la vivacità commerciale spostandola fuori dal nucleo storico.
Anche la mobilità ha fallito la sua sfida: se un tempo la vitalità era scandita dal ritmo delle corriere che arrivavano in pieno centro, la soluzione individuata a metà degli anni Ottanta con il terminal bus non è mai riuscita a diventare un volano. Dopo quarant'anni di problemi cronici, quella struttura rimane un'opera priva di identità che non riesce a fungere da cerniera tra la provincia e il cuore cittadino.
In questo scenario, l'urbanistica non può più limitarsi ai confini amministrativi. Campobasso è ormai un unico corpo organico con Ferrazzano, Ripalimosani e i paesi della cintura: è una "città-territorio" che però è priva di un sistema nervoso comune e di un piano dei trasporti strutturato.
Questa crisi non è un fenomeno puramente locale; riflette il declino strutturale che colpisce tutti i centri non turistici dell' "osso appenninico”, vittime dei processi economici della modernità. L'assenza di un’economia dell'esperienza lascia queste città in balia di un'obsolescenza rapida.
Non si può ridurre tutto a un'operazione nostalgia, perché il passato è andato. Serve un’analisi sociologica profonda che interroghi la politica e l'urbanistica, trasformando il vuoto delle vetrine in opportunità di riuso pubblico e abbattendo i campanilismi per gestire mobilità e servizi su scala intercomunale. È diventato improcrastinabile che la politica, la società civile e il mondo dell'impresa sappiano fermarsi per un tavolo di confronto autentico e privo di slogan. Solo così potremo ridisegnare i tratti di una città del futuro che non sia solo l'ombra sbiadita e frammentata di quella che abbiamo conosciuto quarant'anni fa.

lunedì 6 aprile 2026

La barbarie comincia tra le mura di casa. Neoliberismo, dogma e il grido del pop britannico (1980-1989)

 

C’è un’emozione profonda, quasi viscerale, che mi assale quando ripenso alla musica degli anni Ottanta. Non è solo nostalgia per l’estetica di un decennio; è il ricordo del momento esatto in cui milioni di noi, adolescenti tra l'Europa e l'America, abbiamo capito di non essere più soli. In quel tempo di cambiamenti sismici, la musica che arrivava dal Regno Unito non fu solo svago, ma un atto di resistenza contro il silenzio imposto da tradizioni arcaiche e nuove ferocie economiche.

Per comprendere la portata di quel grido, dobbiamo guardare alle macerie dei tardi anni Settanta. In Italia, quegli anni erano stati segnati dal "piombo", dalle lotte di piazza e da una politicizzazione estrema che spesso schiacciava l'individuo sotto l'ideologia. Nel Regno Unito, il decennio si chiudeva con un senso di declino inarrestabile. L'ascesa di Margaret Thatcher (1979) e Ronald Reagan (1981) impose al mondo il volto del neoliberismo.

La società, secondo la Thatcher, "non esisteva": esistevano solo gli individui. Mentre il mercato mondiale veniva deregolamentato, creando una nuova classe di ricchi globali, le tutele sociali per i giovani e le famiglie meno abbienti venivano smantellate. In questo deserto di solidarietà, la musica divenne l'unico "welfare emotivo" capace di denunciare la brutalità del sistema. Una delle contraddizioni più dolorose di quegli anni fu il persistere di una morale religiosa soffocante, che agiva spesso come copertura per la violenza domestica e di genere. In Italia, il cattolicesimo permeava ancora ogni fibra del tessuto sociale. Nonostante le conquiste civili (come il divorzio o l'aborto), la struttura patriarcale rimaneva intatta. 

La violenza "dentro casa" era un tabù protetto dal concetto di sacralità della famiglia. Nel Regno Unito e in Irlanda, il conservatorismo anglicano e cattolico esercitava una pressione simile. In Irlanda del Nord, il conflitto religioso esacerbava la violenza sui giovani, mentre nell'Inghilterra profonda, il perbenismo vittoriano nascondeva sotto il tappeto gli abusi nelle scuole e nelle parrocchie. Gli artisti di quel periodo ebbero il coraggio di sfidare non solo il governo, ma anche la Chiesa, portando alla luce i traumi subiti da una generazione cresciuta tra sensi di colpa e sottomissione.

Una playlist della consapevolezza. Ecco una selezione di brani che hanno trasformato il dolore privato in una coscienza collettiva globale:

The Smiths - Barbarism Begins at Home (1985) Il manifesto del decennio: descrive come la violenza inizi tra le pareti domestiche sotto forma di "disciplina".



The Police - Don't stand so clode to me (1980) Smaschera l'abuso di potere psicologico dietro l'attrazione inappropriata tra adulto e minore.


The Boomtown Rats – I Don't Like Mondays (1980) Il gruppo irlandese guidato da Bob Geldof trasforma una tragedia reale in una riflessione sulla violenza esplosiva e insensata che può scaturire dall'alienazione giovanile.


Eurythmics – Sisters Are Doin' It for Themselves (1985) In duetto con Aretha Franklin, Annie Lennox firma un inno che nasce come risposta alla sottomissione e alla violenza sistemica subita dalle donne, celebrando l'indipendenza e la fine dei vecchi modelli oppressivi.


Fine Young Cannibals – Johnny Come Home (1985) Un brano dal ritmo incalzante che nasconde la triste realtà dei ragazzi che scappano di casa, finendo spesso vittime di violenza e sfruttamento nelle grandi città.


Everything But The Girl – Each and Every One (1984) Sotto una veste jazz-pop raffinata, il testo descrive lucidamente la prigione psicologica di una donna intrappolata in una relazione di controllo e manipolazione.


Kate Bush – The Infant Kiss (1980) Ispirata a atmosfere gotiche, Kate Bush esplora con inquietudine la confusione emotiva e il tema delicato del rischio di abuso e perdita dell'innocenza nell'infanzia.



The Style Council – Walls Come Tumbling Down! (1985)
Paul Weller non fa sconti e denuncia la violenza sociale e istituzionale esercitata contro le giovani generazioni e la classe lavoratrice.


Depeche Mode – Blasphemous Rumours (1984) Una ballata cupa che affronta il tema del dolore gratuito, citando tentati suicidi adolescenziali e la crudeltà di un destino che sembra accanirsi contro i giovani.


Elvis Costello – Pills and Soap (1983) Una critica tagliente alla "società dello spettacolo" dell'epoca, colpevole di mercificare il dolore e di ignorare la violenza che colpisce i membri più deboli della comunità.


New Order – Love Vigilantes (1985) Un brano narrativo che esplora il trauma della guerra e le cicatrici indelebili che i conflitti armati lasciano sulle vite e sulla psiche dei giovani soldati e delle loro famiglie.


Sinéad O'Connor – Troy (1987) La voce della cantante irlandese esplode in una rabbia catartica che parla di tradimento, dolore familiare e ferite emotive che bruciano come il fuoco.


Soft Cell – Say Hello, Wave Goodbye (1981) Una canzone malinconica che racconta la fine di un amore ai margini, tra degrado urbano e la minaccia costante della violenza di strada.



The Cure – 10:15 Saturday Night (1980) Un'istantanea perfetta dell'angoscia domestica: il ticchettio di un rubinetto diventa il sottofondo di un isolamento forzato in un ambiente familiare carico di tensione.


Dire Straits – Iron Hand (1982) Un brano acustico solenne che ricorda la brutalità subita dai civili (compresi molti giovani lavoratori) durante gli scontri con le forze dell'ordine negli anni delle proteste sociali.


Pet Shop Boys - It's a Sin (1987) Una critica feroce all'educazione cattolica repressiva. Neil Tennant descrive come ogni emozione naturale venisse etichettata come "peccato", una forma di violenza psicologica che ha segnato milioni di adolescenti.



Bronski Beat - 
Smalltown Boy (
1984) Il manifesto definitivo sulla violenza omofobica e il rifiuto familiare. Racconta la storia di un giovane costretto a fuggire dalla propria città dopo aver subito aggressioni e il disprezzo delle istituzioni (polizia e chiesa).


The Blue Nile - Tinseltown in the Rain (1984) Un capolavoro del pop scozzese che cattura l'alienazione profonda dei giovani nelle città industriali colpite dal Thatcherismo, dove la violenza è spesso un rumore bianco di sottofondo.


Ripensando oggi a quel decennio, appare chiaro che la vera rivoluzione non è avvenuta nelle borse valori di Londra o nei palazzi del potere di Washington, ma nelle camerette di milioni di adolescenti. Tra le pareti tappezzate di poster, mentre il mondo fuori si faceva gelido e calcolatore sotto il peso del neoliberismo e dei dogmi religiosi, noi trovavamo rifugio in un solco di vinile.

Quelle canzoni non erano semplici melodie; erano bussole emotive. Ci hanno insegnato a riconoscere la "barbarie" anche quando indossava l'abito rispettabile di un genitore o la tonaca di un precettore. Ci hanno sussurrato che il nostro dolore non era un peccato da espiare in silenzio, ma un diritto violato da gridare al mondo.

Oggi, quella musica risuona ancora con una purezza quasi dolorosa. Ci ricorda che, nonostante i tentativi di ridurci a meri consumatori o a fedeli obbedienti, siamo rimasti quegli "Smalltown Boys" e quelle ragazze coraggiose che hanno cercato la verità nel rumore. Gli anni Ottanta ci hanno lasciato in eredità una lezione fondamentale: la bellezza può nascere anche dalle ferite, purché qualcuno abbia il coraggio di metterle in musica.

E finché quel battito continuerà a risuonare, nessuna mura domestica sarà mai abbastanza alta da soffocare la nostra voce. Siamo stati i figli di un'epoca contraddittoria, ma siamo stati anche i primi a rompere il vetro del silenzio. E quella, forse, è stata la nostra vittoria più grande.


























venerdì 21 febbraio 2020

Alessandro Pirzio Biroli, un criminale di guerra governatore del regno del Montenegro

Ricordare i morti e le ferite di chi scappava dalla guerra è un esercizio e un dovere utile ancora per tutti noi. Non esistono guerre giuste, soprattutto se dietro quelle guerre si nascondeva la ferocia di chi occupava terre lontane, dietro una bandiera, dando sfogo ai più turpi comportamenti. Ieri con umanità sono state raccontate le storie degli italiani che fuggirono dai quei territori o trovarono una morte misera, così come altre decine di migliaia di slavi colpevoli soltanto di essere slavi. Oggi voglio ricordare quello che la storia stessa dipinge come un criminale di guerra, artefice di massacri in Istria e Slovenia durante l'occupazione fascista di quelle terre.
Era nato a Campobasso il 23 luglio 1877 Alessandro Pirzio Biroli, generale comandante del corpo d’armata, 65 anni all’epoca, prima di divenire per due anni governatore del regno del Montenegro. Ordinava i suoi massacri dicendo:« La favola del buon italiano deve cessare [...] per ogni camerata caduto paghino con la vita 10 ribelli. Non fidatevi di chi vi circonda. Ricordatevi che il nemico è ovunque; il passante che vi saluta, la donna che avvicinate, l'oste che vi vende il bicchiere di vino [...] ricordatevi che è meglio essere temuti che disprezzati. »
Era il primo luglio 1942 quando una camicia nera scrisse alla propria famiglia: "Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Ogni notte abbiamo ucciso famiglie intere, picchiandole a morte o sparandogli". La ferocia del generale, che ammirava la violenza dei tedeschi e che per il suo impegno ottenne poi da Hitler la Gran Croce dell’Aquila tedesca, si spinse a ordinare le seguenti rappresaglie: per ogni soldato italiano ucciso o per ogni ufficiale ferito 50 civili ammazzati e 10 per ogni sottufficiale o soldato ferito in imboscate. Quest’uomo, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Londra del 1908 per la sciabola a squadre, in un opuscolo distribuito alle truppe, dei montenegrini scriveva: "Odiate questo popolo. Esso è quel medesimo popolo contro il quale abbiamo combattuto per secoli sulle sponde dell’Adriatico. Ammazzate, fucilate, incendiate e distruggete questo popolo." Si parla di stupri, omicidi, donne bruciate vive in casa, bombardamenti aerei di scuole e case… Tra i tanti villaggi rasi al suolo con l’uccisione dei loro abitanti, c’è l’episodio raccapricciante di Medjedje dove nel maggio 1943 dopo il passaggio degli italiani, tra le macerie furono trovati carbonizzati 72 cadaveri mutilati, in gran parte vecchi e ammalati.
Il comportamento degli italiani invasori produsse negli jugoslavi una sempre più dura reazione, culminata in feroci schermaglie come la reciproca consegna di cesti pieni di occhi e di testicoli strappati al nemico. Scrisse Tito nelle sue memorie: "Le brutali rappresaglie degli italiani (l’incendio di 23 case e l’uccisione di circa 120 abitanti di Vlaka, Jabuka, Babina e Mihailovici e altri villaggi sulla sponda del Lim, nonché le successive commesse a Drenavo) suscitarono in noi e nei nostri combattenti un cupo furore." L'Italia non consentì mai l'estradizione del criminale di guerra Pirzio Biroli (anche per la mancanza di relazioni diplomatiche Italia-Jugoslavia), tanto che il generale visse a Roma fino alla morte avvenuta nel 1965.

lunedì 26 agosto 2019

Shots of life, Tony Vaccaro torna in Italia


Shots of life, Tony Vaccaro torna in Italia     
Il fotografo statunitense inaugura il 27 agosto a Campobasso una mostra con i suoi migliori 100 scatti

Torna in Italia Tony Vaccaro, fotoreporter con i grandi magazine americani come Time, Life, Look, Flair, Sport Illustrated, che sul fronte atlantico nel secondo conflitto mondiale con l’esercito americano diventa fotografo di guerra, documentando la ricostruzione dalle macerie in tutto il teatro del conflitto, fino alla tragedia dell’11 settembre 2001 a New York. Inaugurerà il 27 agosto una sua mostra di cento scatti curata da Andrea Morelli e dall’Associazione Balbino Del Nunzio di Padova, esposta nel “suo” Molise fino al 6 ottobre nelle sale del Palazzo Gil a Campobasso. “Tony Vaccaro. Fotografie di una vita – Shots of a life” sarà anche omaggio alla terra in cui “si formò bambino e poi adolescente e il cui intenso e continuo richiamo, ancora una volta nella vita, come in questa occasione, lo ha portato a riattraversare l’oceano”. Una sezione seppur limitata, infatti, sarà
dedicata alla sua regione e a Bonefro (CB), suo comune d’origine. Al centro della mostra le immagini dei personaggi famosi, che vanno da quelle del mondo del cinema a quelle della politica, agli artisti, pittori, musicisti della seconda metà del secolo scorso, fino alla sezione riservata al mondo della moda. La mostra è promossa dalla Fondazione Molise Cultura con il patrocinio dell’Assessorato al Turismo della Regione Molise, del progetto Patto per il Sud e del Museo Tony Vaccaro di Bonefro.

www.fondazionecultura.it

27 agosto - 6 ottobre 2019
Campobasso, Via Gorizia - Palazzo GIL
Martedì - Sabato: 10,00 – 13,00 e 17,00 – 20,00
Domenica e festivi: 17,00 – 20,00. Lunedì chiuso
Ultimo ingresso 30 minuti prima della chiusura
Costo del biglietto intero: 5 euro – riduzione 3 euro

martedì 21 maggio 2019

Henry Mucci, un guerriero americano made in Campobasso


A sinistra Benjamin Bratt (il Colonnello Henry Mucci) e James Franco (Il capitano Prince)
A destra Il tenente colonnello Henry Mucci

La memoria della Seconda Guerra Mondiale appare sempre più labile: intere generazioni in tutto il pianeta ormai hanno messo alle spalle un dramma che coinvolse popolazioni e paesi lontani, perdendo nel tempo anche il patrimonio orale di chi quella terribile esperienza l’ha vissuta, indossando una divisa ed imbracciando un moschetto. Proprio durante le guerre, però, gli esseri umani possono raggiungere le vette più alte di eroismo, così come quelle della bestialità più assoluta. Se la storia e  l’iconografia stessa del conflitto mondiale per i campobassani è stata costruita sulle fotografie e sui ricordi della presenza tedesca in città e dell’entrata delle truppe canadesi e neozelandesi, una storia merita di essere raccontata che è quella di un eroe americano, nato da emigrante campobassano negli Stati Uniti: la storia di Henry Mucci.

Figlio di Andrea Mucci (1871-1920) nato a Campobasso e di Elizabeth Sabbatella LaMaita, nata a Tiggiano (SA), Henry Mucci viene ricordato dalla storia americana come colui che nel gennaio del 1945 guidò un reparto formato da 128 Ranger dell’esercito statunitense in una missione che salvò 512 sopravvissuti della Marcia della morte di Bataan dal campo di prigionia di Cabanatuan nelle Filippine. La prima operazione nella storia da parte della forze armate americane riguardante il recupero di prigionieri in campo ostile. Mucci diplomato nell’accademia militare di West Point, dopo una prima esclusione dovuta all’altezza, esperto cavaliere equestre (suo padre era un commerciante di cavalli nella zona di Bridgeport, Connecticut), divenne tenente colonnello del 98° Battaglione di artiglieria da campo nel febbraio del 1943, dopo essere scampato all’attacco di Pearl Harbor il 7 settembre 1941.

Nello stesso mese, su ordine della US Sixth Army Command, il comando della sesta armata statunitense, trasformò il suo battaglione di artiglieri in un agguerrito reparto di rangers, attraverso un durissimo e martellante addestramento in un campo nella Nuova Guinea, dove utilizzò tecniche da commando per oltre un anno, specializzando i suoi uomini alla guerriglia e alla vita nella giungla. Un addestramento che serviva ad uno scopo specifico in quell’area. A causa delle condizioni inumane a cui venivano sottoposti i prigionieri di guerra da parte dell’esercito giapponese, durante la liberazione delle Filippine, il generale Walter Kreuger aveva scelto Mucci per guidare la liberazione del campo di prigionia di Cabanatuan dove venivano perpetrate violenze e decimazioni sommarie nei confronti dei prigionieri alleati.

Il Giappone infatti non aveva firmato nessuna delle Convenzioni di Ginevra che, tra le altre cose, garantivano il trattamento umano dei prigionieri di guerra nemici. Di conseguenza, i militari giapponesi non si sentivano vincolati da regole di condotta. I prigionieri di guerra potevano aspettarsi di essere trattati brutalmente dai giapponesi che consideravano chiunque si fosse lasciato prendere vivo come meritevole del massimo disprezzo. Le brutalità vengono ricordate come la marcia della morte di Bataan.  I prigionieri di guerra che non venivano giustiziati direttamente, venivano condannati a morte come schiavi nei campi di lavoro forzato, non solo nelle Filippine ma anche in Cina, a Taiwan, in Corea e in Giappone. Quando le truppe americane e i partigiani filippini cominciarono a liberare il paese, l'Alto Comando dell'esercito imperiale giapponese prese la decisione di massacrare tutti i prigionieri di guerra in modo che nessuno potesse essere liberato. Il 14 dicembre 1944 le unità della Quattordicesima Armata di Area giapponese organizzarono un finto raid aereo al Campo 10-A sull'isola di Palawan, vicino alla città di Puerto Princesa. Dopo aver radunato 150 prigionieri di guerra americani nei loro rifugi, i soldati giapponesi cosparsero le baracche di benzina e diedero fuoco, sparando e bastonando a morte quanti tentarono di fuggire. Un episodio che convinse gli ufficiali americani a mettere in piedi l’operazione di salvataggio nel campo di prigionia, vicino alla città di Cabanatuan, che ospitava oltre 500 prigionieri di guerra che, dopo una prima fuga dei giapponesi dal campo ed il loro feroce ritorno nella metà del gennaio 1945 (che consisteva nella decimazione dei prigionieri), scattava il piano di salvataggio coordinato dal maggiore Robert Lapham, capo della guerriglia per USAFFE (Forze armate degli Stati Uniti in Estremo Oriente) e al capitano Juan Pajota (anche di USAFFE) coordinati col colonnello Horton White.

Il Tenente Colonnello Henry Mucci era a capo di 90 Rangers della C Company e altri 30 della F Company (6 ° Ranger Battalion) insieme a 14 Alamo Scouts (divisi in due squadre). Gli esploratori 24 ore prima dell’inizio dell’operazione avevano ispezionato il perimetro del campo. Alla fine del gennaio 1945 la forza al comando di Mucci circonderà il campo, attaccherà e ucciderà le guardie per poi scortare i prigionieri liberati in salvo a dorso di bufali. Con loro circa 250 guerriglieri filippini, malamente armati e addestrati, impegnati a reperire informazioni, a fare da guida, attaccare e tagliare le linee telefoniche e insieme agli americani impegnare in combattimento le truppe a difesa dell’area. Un’azione eroica quella dei ribelli che, oltre a fare brillare un ponte rendendo impossibile l’intervento dei carri armati, riuscirono nell’operazione a distruggere quattro mezzi a colpi di bazooka, avendo ricevuto l’addestramento solo poche ore prima.

L’operazione fu un successo: 489 prigionieri di guerra e 33 civili messi in salvo, 492 erano quegli americani. Ma in quello stesso giorno venne liberato anche Camp O'Donnell. Due furono le vittime tra i ranger, 21 quelle per i guerriglieri filippini che rispondevano al capitano Jose Paioda, nativo filippino arruolato nelle forze armate americane. Le atrocità raccontate dai sopravvissuti  e le tremende condizioni di vita nei campi di prigionia a Bataan e Corregidor girarono il mondo. Per la prima volta, infatti, grazie alla resistenza filippina che era riuscita a contrabbandare con le guardie corrotte del carcere una macchina fotografica e migliaia di pasticche di chinino, vennero documentate le violenze e le sofferenze dei prigionieri attraverso fotografie scioccanti. Il 2 febbraio del 1945 la notizia venne accolta ufficialmente dal pubblico americano con euforia ma l’evoluzione del conflitto si muoveva rapidamente e presto nell’opinione pubblica americana il ricordo del raid fu oscurato da altri eventi come la Battaglia di Iwo Jima, una delle più sanguinose battaglie nel teatro di guerra che si combatteva nelle acque del Pacifico.

Il leggendario generale americano Douglas MacArthur descrisse la missione come "brillantemente riuscita". Il 3 marzo 1945 premiò personalmente tutti i militari che presero parte al raid, essendo un grande amico di Mucci. Per Il tenente colonnello Henry Mucci la promozione a pieno di colonnello, oltre alla nomina per la Medal of Honor del Congresso. Sia lui che il Capitano Prince che guidò l’attacco centrale al campo, però optarono per la Distinguished Service Cross, la Silver Cross consegnata direttamente dall’amico generale. Mucci proveniva da una famiglia numerosa ei suoi fratelli prestarono servizio nell'esercito e nella marina statunitensi durante la seconda guerra mondiale. Anche le sue sorelle si adoperarono con spirito patriottico, dividendo il loro tempo tra la VFW e il lavoro nelle fabbriche di armamenti bellici.

Dopo la fine della guerra Henry Mucci tornò a casa sua a Bridgeport, CT, dove venne accolto come un eroe nazionale. Un anno dopo la fine della guerra, corse senza successo per il Congresso americano. Nel 1947 il matrimonio con Marion Fountain con la quale ebbe tre figli. Nei suoi ultimi anni è diventato rappresentante di una compagnia petrolifera canadese in Tailandia. E’ stato anche presidente del Bridgeport Lincoln Mercury. Per onorare il loro concittadino, nel 1974 i padri della città di Bridgeport hanno intitolato a Henry Mucci una tratto della Route 25 tra Bridgeport e Newtown. Dopo la pensione, con sua moglie si è trasferito a Melbourne, in Florida. Il vecchio guerriero si è spento il 20 aprile 1997 ad 88 ani dopo le conseguenze dovute alla frattura di un’anca, avuta due anni prima mentre, fedele al suo passato di ranger, nuotava nelle acque di Melbourne. Una sezione dell’Ambasciata Americana di Roma è dedicata alla sua memoria.

IL FILM. L’eroismo di quegli uomini è ricordato nel libro “Ghost Soldiers: The Epic Account of World War II’s Greatest Rescue Mission” (in Italia “Soldati fantasma”, Corbaccio, Milano), divenuto trasposizione cinematografica nel 2016 con il film “The Great Raid - Un pugno di eroi”, una produzione Usa – Australia diretto da John Dahl, con Benjamin Bratt nella parte di Henry Mucci, James Franco in quella del capitano Prince e Joseph Fiennes, ufficiale prigioniero dei giapponesi e leader malato e stremato dei PoW americani.