Il 1979 non è solo una data sul calendario, ma rappresenta il confine di una Campobasso che non esiste più. Era un’epoca in cui la città, racchiusa nel perimetro vitale del centro murattiano, pulsava di una vitalità oggi rimpianta. Se guardiamo alle immagini di quegli anni, ci accorgiamo di un paradosso urbanistico: la città è cresciuta a dismisura dal punto di vista edilizio, espandendosi verso direttrici e zone un tempo agricole come Colle dell’Orso, San Giovanni dei Gelsi o le contrade di Vazzieri fino a toccare Ferrazzano, pur mantenendo — paradossalmente — più o meno lo stesso numero di abitanti.
Questa dilatazione urbana ha portato con sé uno svuotamento del cuore pulsante di quella che nel video rappresenta una romantica comunità. Un tempo, il centro era l’organismo totale della vita cittadina: era la sede naturale di scuole affollate, come il Romita, il Pilla e le due d’Ovidio, ma era soprattutto il luogo dove si nasceva, ci si curava e si sognava.
A dare ritmo a quella Campobasso "centripeta" c’erano motori sociali che oggi sono stati delocalizzati o spenti, lasciando vuoti incolmabili.
Il vecchio Cardarelli, per esempio, situato nel cuore del tessuto murattiano, non era solo un presidio sanitario. Era un polmone che pompava vita h24 nelle strade limitrofe. Tra medici, infermieri, pazienti e familiari, l'ospedale garantiva un indotto umano e commerciale costante, oggi svanito con il trasferimento a contrada Tappino.
Anche lo sport era un rito collettivo celebrato tra le palazzine del centro. Il fermento domenicale del vecchio campo sportivo Romagnoli portava migliaia di persone a vivere le strade urbane, un’energia che oggi è stata confinata nelle aree periferiche.
Dalla stazione centrale, oggi ridotta a un presidio malinconico, partivano treni diretti verso Roma, Napoli e Pescara. Era il porto della città, il legame fisico con le grandi direttrici nazionali. Quella stazione, oggi silenziosa, assiste a una riduzione drastica dei servizi che ha reciso il legame storico tra il Molise e il resto d'Italia.
La città di allora, che non conosceva ancora l’università, sembrava godere di un fermento unico, alimentato da un contesto economico irripetibile legato alla nascita della Regione Molise nel 1963. Era una Campobasso gonfia di impiego pubblico, dove le grandi direzioni statali prima della dismissione (Enel, Sip, Ferrovie, Anas) garantivano stabilità a centinaia di famiglie. Questa massa critica di lavoratori riversava la propria capacità di spesa nell'unica zona commerciale allora esistente: il centro.
Oggi quella centralità è svanita, frammentata da una distribuzione commerciale che ha pervaso ogni quartiere a discapito del nucleo storico, privandolo del suo ruolo di aggregatore sociale. La trasformazione ci pone di fronte a un interrogativo quasi esistenziale sulla città del futuro, un futuro che è già presente nelle serrande abbassate e nel silenzio di certi androni.
Dobbiamo avere il coraggio di chiederci cosa diventerà il tessuto urbano quando l'onda d'urto del commercio online avrà desertificato ulteriormente quelle centinaia di vetrine che un tempo erano il riflesso del benessere locale. Quelle luci non si riaccenderanno con la vecchia logica del negozio di vicinato; siamo davanti a una massa critica di spazi che hanno perso il loro scopo e si sono trasformati in vistose cicatrici architettoniche.
A questo si aggiunge la crisi silenziosa ma drammatica del patrimonio abitativo privato. Viviamo in una città verticale fatta di palazzine degli anni Cinquanta e Sessanta, spesso prive di ascensori, che oggi subiscono una contrazione del valore di mercato che sfiora il 75 o l'80% rispetto ai prezzi di un tempo. È un capitale che si sgretola sotto i piedi dei proprietari, rendendo quegli appartamenti delle "trappole immobiliari" per una popolazione che invecchia e che non trova più in quelle mura un valore sicuro, ma un peso.
Questa desertificazione è alimentata anche dalla digitalizzazione dei processi amministrativi. Non c'è più bisogno di spostarsi dai comuni limitrofi per una pratica burocratica: la rete ha sottratto al centro quel traffico umano che alimentava bar e uffici. Contemporaneamente, mentre i servizi pubblici arretrano, abbiamo assistito inermi alla materializzazione imponente di centri commerciali e di oltre una dozzina di grandi magazzini cinesi distribuiti nella cintura urbana. Questi poli hanno "sequestrato" la vivacità commerciale spostandola fuori dal nucleo storico.
Anche la mobilità ha fallito la sua sfida: se un tempo la vitalità era scandita dal ritmo delle corriere che arrivavano in pieno centro, la soluzione individuata a metà degli anni Ottanta con il terminal bus non è mai riuscita a diventare un volano. Dopo quarant'anni di problemi cronici, quella struttura rimane un'opera priva di identità che non riesce a fungere da cerniera tra la provincia e il cuore cittadino.
In questo scenario, l'urbanistica non può più limitarsi ai confini amministrativi. Campobasso è ormai un unico corpo organico con Ferrazzano, Ripalimosani e i paesi della cintura: è una "città-territorio" che però è priva di un sistema nervoso comune e di un piano dei trasporti strutturato.
Questa crisi non è un fenomeno puramente locale; riflette il declino strutturale che colpisce tutti i centri non turistici dell' "osso appenninico”, vittime dei processi economici della modernità. L'assenza di un’economia dell'esperienza lascia queste città in balia di un'obsolescenza rapida.
Non si può ridurre tutto a un'operazione nostalgia, perché il passato è andato. Serve un’analisi sociologica profonda che interroghi la politica e l'urbanistica, trasformando il vuoto delle vetrine in opportunità di riuso pubblico e abbattendo i campanilismi per gestire mobilità e servizi su scala intercomunale. È diventato improcrastinabile che la politica, la società civile e il mondo dell'impresa sappiano fermarsi per un tavolo di confronto autentico e privo di slogan. Solo così potremo ridisegnare i tratti di una città del futuro che non sia solo l'ombra sbiadita e frammentata di quella che abbiamo conosciuto quarant'anni fa.