martedì 21 maggio 2019

Henry Mucci, un guerriero americano made in Campobasso


A sinistra Benjamin Bratt (il Colonnello Henry Mucci) e James Franco (Il capitano Prince)
A destra Il tenente colonnello Henry Mucci

La memoria della Seconda Guerra Mondiale appare sempre più labile: intere generazioni in tutto il pianeta ormai hanno messo alle spalle un dramma che coinvolse popolazioni e paesi lontani, perdendo nel tempo anche il patrimonio orale di chi quella terribile esperienza l’ha vissuta, indossando una divisa ed imbracciando un moschetto. Proprio durante le guerre, però, gli esseri umani possono raggiungere le vette più alte di eroismo, così come quelle della bestialità più assoluta. Se la storia e  l’iconografia stessa del conflitto mondiale per i campobassani è stata costruita sulle fotografie e sui ricordi della presenza tedesca in città e dell’entrata delle truppe canadesi e neozelandesi, una storia merita di essere raccontata che è quella di un eroe americano, nato da emigrante campobassano negli Stati Uniti: la storia di Henry Mucci.

Figlio di Andrea Mucci (1871-1920) nato a Campobasso e di Elizabeth Sabbatella LaMaita, nata a Tiggiano (SA), Henry Mucci viene ricordato dalla storia americana come colui che nel gennaio del 1945 guidò un reparto formato da 128 Ranger dell’esercito statunitense in una missione che salvò 512 sopravvissuti della Marcia della morte di Bataan dal campo di prigionia di Cabanatuan nelle Filippine. La prima operazione nella storia da parte della forze armate americane riguardante il recupero di prigionieri in campo ostile. Mucci diplomato nell’accademia militare di West Point, dopo una prima esclusione dovuta all’altezza, esperto cavaliere equestre (suo padre era un commerciante di cavalli nella zona di Bridgeport, Connecticut), divenne tenente colonnello del 98° Battaglione di artiglieria da campo nel febbraio del 1943, dopo essere scampato all’attacco di Pearl Harbor il 7 settembre 1941.

Nello stesso mese, su ordine della US Sixth Army Command, il comando della sesta armata statunitense, trasformò il suo battaglione di artiglieri in un agguerrito reparto di rangers, attraverso un durissimo e martellante addestramento in un campo nella Nuova Guinea, dove utilizzò tecniche da commando per oltre un anno, specializzando i suoi uomini alla guerriglia e alla vita nella giungla. Un addestramento che serviva ad uno scopo specifico in quell’area. A causa delle condizioni inumane a cui venivano sottoposti i prigionieri di guerra da parte dell’esercito giapponese, durante la liberazione delle Filippine, il generale Walter Kreuger aveva scelto Mucci per guidare la liberazione del campo di prigionia di Cabanatuan dove venivano perpetrate violenze e decimazioni sommarie nei confronti dei prigionieri alleati.

Il Giappone infatti non aveva firmato nessuna delle Convenzioni di Ginevra che, tra le altre cose, garantivano il trattamento umano dei prigionieri di guerra nemici. Di conseguenza, i militari giapponesi non si sentivano vincolati da regole di condotta. I prigionieri di guerra potevano aspettarsi di essere trattati brutalmente dai giapponesi che consideravano chiunque si fosse lasciato prendere vivo come meritevole del massimo disprezzo. Le brutalità vengono ricordate come la marcia della morte di Bataan.  I prigionieri di guerra che non venivano giustiziati direttamente, venivano condannati a morte come schiavi nei campi di lavoro forzato, non solo nelle Filippine ma anche in Cina, a Taiwan, in Corea e in Giappone. Quando le truppe americane e i partigiani filippini cominciarono a liberare il paese, l'Alto Comando dell'esercito imperiale giapponese prese la decisione di massacrare tutti i prigionieri di guerra in modo che nessuno potesse essere liberato. Il 14 dicembre 1944 le unità della Quattordicesima Armata di Area giapponese organizzarono un finto raid aereo al Campo 10-A sull'isola di Palawan, vicino alla città di Puerto Princesa. Dopo aver radunato 150 prigionieri di guerra americani nei loro rifugi, i soldati giapponesi cosparsero le baracche di benzina e diedero fuoco, sparando e bastonando a morte quanti tentarono di fuggire. Un episodio che convinse gli ufficiali americani a mettere in piedi l’operazione di salvataggio nel campo di prigionia, vicino alla città di Cabanatuan, che ospitava oltre 500 prigionieri di guerra che, dopo una prima fuga dei giapponesi dal campo ed il loro feroce ritorno nella metà del gennaio 1945 (che consisteva nella decimazione dei prigionieri), scattava il piano di salvataggio coordinato dal maggiore Robert Lapham, capo della guerriglia per USAFFE (Forze armate degli Stati Uniti in Estremo Oriente) e al capitano Juan Pajota (anche di USAFFE) coordinati col colonnello Horton White.

Il Tenente Colonnello Henry Mucci era a capo di 90 Rangers della C Company e altri 30 della F Company (6 ° Ranger Battalion) insieme a 14 Alamo Scouts (divisi in due squadre). Gli esploratori 24 ore prima dell’inizio dell’operazione avevano ispezionato il perimetro del campo. Alla fine del gennaio 1945 la forza al comando di Mucci circonderà il campo, attaccherà e ucciderà le guardie per poi scortare i prigionieri liberati in salvo a dorso di bufali. Con loro circa 250 guerriglieri filippini, malamente armati e addestrati, impegnati a reperire informazioni, a fare da guida, attaccare e tagliare le linee telefoniche e insieme agli americani impegnare in combattimento le truppe a difesa dell’area. Un’azione eroica quella dei ribelli che, oltre a fare brillare un ponte rendendo impossibile l’intervento dei carri armati, riuscirono nell’operazione a distruggere quattro mezzi a colpi di bazooka, avendo ricevuto l’addestramento solo poche ore prima.

L’operazione fu un successo: 489 prigionieri di guerra e 33 civili messi in salvo, 492 erano quegli americani. Ma in quello stesso giorno venne liberato anche Camp O'Donnell. Due furono le vittime tra i ranger, 21 quelle per i guerriglieri filippini che rispondevano al capitano Jose Paioda, nativo filippino arruolato nelle forze armate americane. Le atrocità raccontate dai sopravvissuti  e le tremende condizioni di vita nei campi di prigionia a Bataan e Corregidor girarono il mondo. Per la prima volta, infatti, grazie alla resistenza filippina che era riuscita a contrabbandare con le guardie corrotte del carcere una macchina fotografica e migliaia di pasticche di chinino, vennero documentate le violenze e le sofferenze dei prigionieri attraverso fotografie scioccanti. Il 2 febbraio del 1945 la notizia venne accolta ufficialmente dal pubblico americano con euforia ma l’evoluzione del conflitto si muoveva rapidamente e presto nell’opinione pubblica americana il ricordo del raid fu oscurato da altri eventi come la Battaglia di Iwo Jima, una delle più sanguinose battaglie nel teatro di guerra che si combatteva nelle acque del Pacifico.

Il leggendario generale americano Douglas MacArthur descrisse la missione come "brillantemente riuscita". Il 3 marzo 1945 premiò personalmente tutti i militari che presero parte al raid, essendo un grande amico di Mucci. Per Il tenente colonnello Henry Mucci la promozione a pieno di colonnello, oltre alla nomina per la Medal of Honor del Congresso. Sia lui che il Capitano Prince che guidò l’attacco centrale al campo, però optarono per la Distinguished Service Cross, la Silver Cross consegnata direttamente dall’amico generale. Mucci proveniva da una famiglia numerosa ei suoi fratelli prestarono servizio nell'esercito e nella marina statunitensi durante la seconda guerra mondiale. Anche le sue sorelle si adoperarono con spirito patriottico, dividendo il loro tempo tra la VFW e il lavoro nelle fabbriche di armamenti bellici.

Dopo la fine della guerra Henry Mucci tornò a casa sua a Bridgeport, CT, dove venne accolto come un eroe nazionale. Un anno dopo la fine della guerra, corse senza successo per il Congresso americano. Nel 1947 il matrimonio con Marion Fountain con la quale ebbe tre figli. Nei suoi ultimi anni è diventato rappresentante di una compagnia petrolifera canadese in Tailandia. E’ stato anche presidente del Bridgeport Lincoln Mercury. Per onorare il loro concittadino, nel 1974 i padri della città di Bridgeport hanno intitolato a Henry Mucci una tratto della Route 25 tra Bridgeport e Newtown. Dopo la pensione, con sua moglie si è trasferito a Melbourne, in Florida. Il vecchio guerriero si è spento il 20 aprile 1997 ad 88 ani dopo le conseguenze dovute alla frattura di un’anca, avuta due anni prima mentre, fedele al suo passato di ranger, nuotava nelle acque di Melbourne. Una sezione dell’Ambasciata Americana di Roma è dedicata alla sua memoria.

IL FILM. L’eroismo di quegli uomini è ricordato nel libro “Ghost Soldiers: The Epic Account of World War II’s Greatest Rescue Mission” (in Italia “Soldati fantasma”, Corbaccio, Milano), divenuto trasposizione cinematografica nel 2016 con il film “The Great Raid - Un pugno di eroi”, una produzione Usa – Australia diretto da John Dahl, con Benjamin Bratt nella parte di Henry Mucci, James Franco in quella del capitano Prince e Joseph Fiennes, ufficiale prigioniero dei giapponesi e leader malato e stremato dei PoW americani.

venerdì 26 dicembre 2014

SINFOROSA MASTROGIUDICE, LA PRIMA DONNA IMPRENDITRICE DEL MOLISE

Grano e donna nel Molise rappresentano un connubio con precedenti illustri. Se l’attuale management della più grande industria pastaia regionale si concentra nella presenza competente, spigliata, moderna e comunicativa di Rossella Ferro, nel diciottesimo secolo ebbe medesima importanza quella di Sinforosa Mastrogiudice, marchesa di Pietracatella. 

Figura straordinaria di donna imprenditrice in un’epoca scritta al maschile, importante per la storia del Contado, Sinforosa Mastrogiudice è stata titolare di uno dei più vasti stati feudali della prima metà del 1700, attuando importanti investimenti economici e creando condizioni di benessere e sviluppo nelle terre amministrate, oggi a cavallo tra Molise, Puglia e Campania. 
Secondo il Galanti nel 1778 la popolazione del Sannio registrò un tasso di incremento pari all’11 per mille e nel Contado di Molise l’aumento continuò anche nel decennio successivo, mostrandosi più consistente proprio nel sud della regione e nei circondari della valle del Fortore, in particolare. Qui si registrò un buon incremento della produzione di cereali in larga misura destinata al mercato, quindi sensibile ai buoni prezzi del grano di quegli anni. 
Il Contado di Molise, infatti, nella sua marginalità ottenne, sul finire del XVIII secolo, un discreto ruolo nell’economia complessiva del Regno di Napoli, arrivando ad essere una zona di raccordo tra aree economiche differenti ma complementari tra loro, che comprendeva la piana del Tavoliere, le zone collinari e montuose dell’Abruzzo, il Beneventano e la Terra di Lavoro, fortemente collegati al mercato di consumo della capitale.
Discendente della famiglia Mastrogiudice, titolare dei feudi di Montorio, Bonefro e Montelongo e sposata con Giovan Francesco, della famiglia di origine genovese dei Ceva Grimaldi, marchesi dei feudi di Pietacatella, Telese, Solopaca e Magliano, la giovane Sinforosa dopo la morte del marito avvenuta dopo solo sette anni di matrimonio, con piglio deciso, si rese protagonista di una politica di salvaguardia e consolidamento del potere economico, ma anche dello status e del prestigio che caratterizzavano da decenni il proprio lignaggio di appartenenza e quello maritale, compiendo scelte che portarono all’incremento dei capitali di famiglia e, soprattutto, alla rivalutazione socio-economica di molte aree marginali ricadenti nei feudi sui quali esercitò la sua gestione diretta.
Il Molise era una piccola periferia del Regno, articolata diversamente per assetti colturali e produttivi: la parte nord est del distretto di Larino che era una sorta di appendice del Tavoliere, caratterizzata dalla presenza di boschi, pascoli naturali, e dalla produzione cerealicola in masserie di medie e grandi dimensioni; la zona collinare interna del distretto di Campobasso situata tra l’alta valle dei fiumi Fortore, Tammaro e Biferno, in cui prevalevano le colture cerealicole ed il distretto di Isernia, prevalentemente montuoso e coperto di pascoli naturali, ma non privo di pianure fertili. 
Nonostante queste differenze di quadri naturali e ambientali, la parte più estesa della regione era il pianoro della cerealicoltura situato tra i 500 ed i 900 metri di altitudine. In esso si concentrava la maggior parte delle terre coltivate della provincia di Campobasso e vi si produceva la quantità di gran lunga più importante di cereali consumati in loco e inviati in Campania. A conferma dell’elevato livello produttivo di tale zona basti pensare che nel 1770 oltre il 42% del frumento imbarcato e destinato all’annona della capitale Napoli veniva dai porti di Termoli, Campomarino e dalla foce del fiume Fortore, principali centri di raccolta del grano molisano destinato all’esportazione. 
Ceva Grimaldi 
Nel primo Settecento i territori feudali molisani dei Ceva Grimaldi e dei Mastrogiudice si estendevano nella fascia interessata proprio dal corso del Fortore e, nella zona sud-orientale, a confine con l’odierna Puglia. Ai Ceva Grimaldi appartenevano i possedimenti di Gambatesa, Pietracatella, Macchia Valfortore. I Mastrogiudice, invece, gestivano Montorio nei Frentani, Bonefro e Montelongo. Il paesaggio agrario di tali feudi era dislocato a diversi livelli di altitudine, ma in esso la superficie coltivata a grano e orzo, da sempre elementi quasi esclusivi dell’alimentazione di uomini e di parte del bestiame di quelle zone, costituiva una caratteristica fondamentale e un punto di riferimento per ogni altra attività produttiva. Tra il medio e l’alto corso del fiume Fortore si concentravano le terre a seminativo che toccavano quasi il 46% della superficie censita nel distretto di Campobasso; la stessa tipologia di colture copriva tra il 50% e il 67% del totale della superficie, nell’intera zona compresa tra i centri di Larino, Bonefro, Civitacampomarano e Casacalenda. 
Mastrogiudice
Quanto al regime di proprietà fondiaria i Ceva Grimaldi e i Mastrogiudice dovevano fare i conti, in fatto di rendita, con i loro concorrenti confinanti: condizioni che non permettevano commercializzazione se non di prodotti cerealicoli, dato che enti ecclesiastici ed università in genere erano proprietari di boschi e di pascoli, utilizzati come cespiti di entrate o per usi civici. Del resto, il patrimonio fondiario significava rendita fondiaria e erano rari i casi in cui venivano impegni capitali per la costituzione di imprese produttive. La diversità e l’innovazione arrivarono proprio da una figura femminile come la marchesa di Pietracatella Sinforosa Mastrogiudice, che attuò non poche migliorie nei propri possedimenti incrementando il patrimonio grazie anche a cospicui investimenti monetari. 
In quel tempo dalle terre coltivate a cereali i proprietari ricevevano rendite in natura (terraggi) o in denaro (affitti). Le somme derivanti dai terraggi si calcolavano in base all’estensione delle superfici seminate dai coloni e non in relazione al prodotto da essi effettivamente raccolto. Ciò poneva i feudatari al riparo dalle conseguenze di cattive annate in quanto gli anni di carestia rappresentavano per i feudatari buone occasioni per vendere a prezzi più alti quantità di derrate, in media non molto inferiori a quelle ricavate in anni di raccolto normale. Nei feudi d’altura vigevano i terraggi, gli affitti o i contratti di affitto e terraggio. Questa connotazione della rendita, generalmente, indicava che dietro al contratto di riscossione, con il quale si formalizzavano i rapporti tra i feudatari e i contadini, si celava una storia locale e demografica attraversata da colonizzazione, emigrazione, spazi vuoti, territori abitati. Ciò rappresentava la peculiarità del paesaggio agrario molisano, con la sua scarsa produttività naturale; la mancata modernizzazione delle tecniche agricole; le distanze che i prodotti dovevano percorrere per arrivare ai mercati; l’arretratezza culturale delle comunità. Con questa consuetudine i Ceva Grimaldi e i Mastrogiudice, affrontando le congiunture economiche e i danni generati dai fenomeni naturali, avevano gestito le rendite adeguandosi ai sistemi produttivi locali.
In tale contesto venne stipulata l’alleanza tra i due casati mediante il matrimonio dei primogeniti delle due famiglie e che avrebbe portato la giovane Sinforosa Mastrogiudice a gestire il patrimonio di entrambe le casate, rimanendo l’ultima erede di un discendenza feudale che nel Contado sarebbe morta con lei. 
Il Contado di Molise aveva subito una serie di catastrofi naturali (la peste del 1656; i terremoti del febbraio 1703 e del novembre 1706) nonché l’esproprio di ampie porzioni di territori feudali ricadenti nel Contado da parte della Regia Dogana della Mesa delle pecore di Puglia. 
Era questo lo scenario nel quale si trovò ad agire la marchesa Sinforosa Mastrogiudice quando, dopo essere rimasta vedova di Giovan Francesco Ceva Grimaldi ed aver successivamente ricevuto i beni feudali paterni, iniziò ad amministrare i possedimenti dei due lignaggi. Se, generalmente, l’accesso delle donne alle risorse familiari durante la vita coniugale dipendeva grandemente dal regime matrimoniale e successorio, nel Regno di Napoli le norme non penalizzavano drasticamente le figlie anche perché si faceva spesso ricorso alla coutume matrimoniale conforme all’«uso di Proceri e Magnati» che tendeva a valorizzare la posizione della sposa. Grazia a questo Sinforosa, probabilmente, poté dimostrare di essere in grado di amministrare i beni frutto dell’unione patrimoniale delle due famiglie, attraverso competenze acquisite nel tempo grazie probabilmente anche al rapporto solidale e rispettoso che ebbe con il marito fino alla sua morte. Non furono pochi gli scontri con l’Università, tanto che nel 1736 una supplica contro i presunti abusi della feudataria venne presentata al Sacro Regio Consiglio. Le accuse riguardavano la fida a forestieri in alcuni territori demaniali costringendo così gli abitanti del posto a portare i loro animali a pascolare altrove, la proibizione ai cittadini di tenere forni e taverna, la pretesa da ciascun colono di un carro di paglia e da ciascun bracciante un carlino all’anno, la restituzione di alcuni territori che erano stati trasformati da “silvestri e incolti” in campi coltivati pagando alla suddetta il dovuto terraggio, l’intromissione nell’elezione degli Ufficiali dell’Università ed il possesso de frutti del Molino. 
La Marchesa replicava che la fida ai forestieri si era sempre fatta; che il forno e la taverna facevano parte dei corpi feudali e pertanto era suo diritto proibire quelli privati; che per tradizione antichissima ogni contadini dava un carro di paglia ed ogni bracciante un carlino; che i contadini che per tre anni non coltivavano i terreni loro dati ne perdevano il diritto e i proprietari potevano disporne a loro piacere; che in cambio dei frutti del Molino l’Università aveva ottenuto tutta la rendita degli erbaggi della Difesa compresa la terza parte spettante alla feudataria; che mai si era intromessa nella nomina degli Ufficiali; che non aveva costretto i suoi vassalli a lavorare senza ricompensa ma anzi aveva assunto più gente del dovuto mossa a pietà dalla loro miseria.
La querelle andò avanti per vari anni finchè “considerato quanto lungo e dispendioso sarebbe stato il proseguimento di dette liti e desiderando tanto la Signora Marchesa, come affezionata verso i suoi vassalli quanto li cittadini come ossequiosi e rispettosi vassalli verso detta Signora Marchesa … ed anche su la considerazione della commune quiete e vivere con quella reciproca pace, armonia e concordia che tra Padroni e Vassalli deve sempre regnare”, nel luglio del 1742 si arrivò ad un accordo che mi mise pace alla questione.
Nello specifico Sinforosa incrementò il ricavato dei cosiddetti “censi antichi” e dei canoni ad ammontare fisso pagati in denaro. Questo tipo di entrate aveva, più che un valore economico, un significato simbolico perché esse derivavano da antiche cessioni a vassalli tanto di terre, quanto di edifici urbani e rurali di proprietà degli antenati della marchesa la quale, rinunciando a riscattarli, si era creata varie rendite annuali. Se fino a quel tempo le somme versate venivano dilazionate o, addirittura, effettuate attraverso il versamento di beni di consumo, nei feudi ereditati dal padre ed in quelli maritali la Marchesa non mancò mai di ricorrere agli erari locali per riscuotere quei censi di cui, altrimenti, non avrebbe beneficiato. 
Un passo che, evidentemente, nella strategia della Marchesa sembrò non bastare, data anche la reiterata morosità dei vassalli. Da quel momento le attività della Marchesa si dedicarono alla vendita degli animali con cui vennero incrementate ulteriormente le proprie rendite annue. Un progetto che segnò la rivalutazione delle attività economiche del feudo paterno di Montorio dei Frentani che, nei primi decenni del Settecento, caratterizzò una sua profonda trasformazione dovuta in massima parte alla colonizzazione feudale che assunse discrete dimensioni con importanti risvolti sul piano economico e politico, oltre che sociale. 
Su questo processo agirono fattori diversi, il più importante dei quali furono le esigenze della feudataria volte alla riqualificazione della rendita in una congiuntura caratterizzata dalla crescita della domanda cerealicola. Ciò spinse Sinforosa a valorizzare aree marginali e incolte, convertendole alla produzione granaria e facendo ricorso ad una nuova forza lavoro a basso costo disponibile alla migrazione. La cosiddetta licentia populandi si diffuse molto in quel periodo e a Montorio portò addirittura al ripristino di intere aree diroccate del centro storico e alla costruzione di nuove abitazioni.
Sul finire degli anni venti del Settecento la marchesa avviava, quindi, una volontaria azione di promozione e finanziamento di attività agricole e manifatturiere che richiamarono braccianti ed artigiani dai centri limitrofi, i quali si stabilirono definitivamente a Montorio.
Ma la marchesa aveva incrementato la ristrutturazione edilizia dei borghi nei suoi possedimenti colpiti dal sisma del 1703 e del 1706, provvedendo alla ristrutturazione del palazzo baronale che gli eventi calamitosi avevano reso inservibile, attirando dall’alto Sangro e dall’Alto Molise artigiani e maestranze che in seguito si stabilirono in quei borghi, ripristinando beni ad uso della comunità non senza trarne un utile personale in denaro, fino a raddoppiare le rendite provenienti dai diritti feudali. 
Naturalmente le attività economiche della Mastrogiudice incrementarono anche l’arrivo a Montorio di professionisti e uomini di legge per le opportunità di accesso a posizioni di rilievo sociale che il centro garantiva, costruendo una nuova identità culturale e municipale che divenne in quel tempo centro di propulsione amministrativa. 
All’occorrenza la Mastrogiudice forniva prestiti ai vassalli indebitati, o comprava le cambiali dai creditori. Se il vassallo non riusciva a risollevarsi dal momento di crisi, si trovava prima o poi costretto per estinguere il debito e a venderle i propri beni come successe, ad esempio, a Onofrio Fusaro di Macchia Valfortore il quale, nel 1730, per liberarsi dal censo di 28 carlini, rateizzazione di un capitale di 35 ducati che doveva alla marchesa, decise di vendere il «bottaro, seu cellaro, con una grotta di dentro, ed una casa di un membro superiore, com’anche un giardino murato con una misura in circa di territorio, sito e posto nel luogo detto la Porta di Capo», al prezzo di 73.
L’ultimo rogito notarile porta la data del 1742, anno precedente alla sua morte (avvenuta il 25 marzo del 1743), atto con cui Sinforosa sembra gestire ancora in prima persona i propri possedimenti. La floridità economica vissuta da Montorio durante il periodo di amministrazione della marchesa Sinforosa, si conservò nel tempo. 
Così Francesco Longano, nel 1778 in Viaggio per il Contado di Molise, descrivendo la zona riconducibile ai possedimenti feudali di Sinforosa Mastrogiudice, si soffermava sulla qualità delle varietà di grano che vi si coltivavano: «finalmente il terreno notabile migliora in Casacalenda, Montelongo, Montorio. Ma in tali luoghi, fuori della coltura de’ campi, e quella della pastorale, non si dee cercar altro, ancorché i terreni fussero assai propri per uliveti, e per gelsi. Quivi si raccolgono buone caroselle, saravolle, e mischie, e pannelle. La semina del grano d’India non si trascura. L’industria dell’api è scarsa, ma non ci manca. E ciò in quanto al mezzodì del Contado».

Un particolare ringraziamento alla prof.ssa Sonia Fiorilli per il materiale bibliografico e per aver acceso la mia curiosità per Sinforosa Mastrogiudice.

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martedì 2 settembre 2014

CHIARA GAMBERALE RIVISITA "ARRIVANO I PAGLIACCI"

DAL 9 SETTEMBRE L'AUTRICE ORIGINARIA DI AGNONE TORNA NELLE LIBRERIE CON LA RIVISITAZIONE DEL SUO ROMANZO GIOVANILE


L'autrice romana proveniente da una importante famiglia di Agnone (Isernia) torna nelle librerie con la rivisitazione del romanzo pubblicato da Bompiani nel 2002 dal titolo "Arrivano i pagliacci". Racconta la storia di Allegra, ventenne che sta per traslocare. Non porterà via alcunché dalla casa, ma scrive una lettera ai nuovi inquilini in cui spiega la sua storia partendo dalla descrizione di ciascun oggetto. "Sentivo il bisogno di narrare la storia di una famiglia tra gli anni settanta e ottanta, raccontare attraverso loro cos'è successo in quegli anni, uccidere il mito della psicanalisi - racconta l'autrice, che confessa che questo romanzo è il primo che la rappresenta appieno.
Un coro di personaggi buffi e allo stesso tempo malinconici. Un romanzo definito magico, attraverso una scrittura lieve e potente. 
«Come posso fare a leggere Arrivano i pagliacci? E' l'unico fra i tuoi libri che non si riesce più a trovare in libreria» ha chiesto un lettore a Chiara Gamberale durante una sua presentazione. Così si è pensato di riproporre questo romanzo - nucleo generativo importantissimo nel suo percorso - revisionato dall'autrice.
«Ho scritto Arrivano i pagliacci quattordici anni fa: avevo ventidue anni, ero alla ricerca pazza di non sapevo neanche io che cosa e quello che scrivevo lo era con me. Quando si fa così il rischio è quello di dare voce a un’urgenza, anziché riflettere bene per dare urgenza a una voce. E forse l’ho corso.» Così scrive nella Nota che chiude questo romanzo Chiara Gamberale, che su quel testo giovanile ha rilavorato con passione. 

La storia
Allegra Lunare ha vent’anni, è nel momento in cui la vita, per molti, comincia: invece per lei finisce, e deve trovare il coraggio per iniziarne una tutta nuova. Allora Allegra scrive: per non avere paura, per salvarsi l’infanzia, per non dimenticare il senso delle persone e delle cose che sono stati il suo mondo fino a quel momento. Scrive una lettera ai nuovi inquilini che abiteranno la casa dove ha vissuto con la sua bizzarra famiglia, e prende spunto dagli oggetti che rimangono nell’appartamento e di quei pochi che porterà con sé. Ognuno di essi racconta una storia: quella di suo padre, universitario rivoluzionario, e della mamma, giovanissima modella americana; la nascita di suo fratello Giuliano, con la sindrome di down; l’amore magico tra Adriana e Matilde; l’incontro strepitoso con Zuellen, che è affamata d’amore e sa trasformare tutto in qualcos’altro; le cose che ha imparato a teatro e al circo, la più importante: che dopo il numero dei trapezi – quando trattieni il fiato e la felicità sembra spezzarsi a ogni passo – arriva sempre il numero dei pagliacci... La scrittura di Allegra procede come il respiro veloce della giovinezza, quando si ha fretta di capire: per libere associazioni, per assonanze del cuore, accostando ai sentimenti cose che ne sono i correlativi oggettivi, e che spesso li esprimono con molta maggior potenza. Il suo sguardo si posa su ogni spazio da una prospettiva inattesa, filtrato dalle lenti colorate con cui ha imparato a osservare la vita per non essere lambita dalle sue ombre: e ci restituisce un’istantanea sorprendente, candida e acutissima al tempo stesso.

L'autrice
Chiara Gamberale è nata nel 1977 a Roma, dove vive. Ha esordito nel 1999 con Una vita sottile (Marsilio), al quale sono seguiti Le luci nelle case degli altri, bestseller internazionale, L'amore quando c'era, Quattro etti d'amore, grazie - tutti per Mondadori - e Per dieci minuti (Feltrinelli). E' autrice e conduttrice di programma televisivi e radiofonici come "Quarto piano scala a destra" su Rai Tre e "Io, Chiara e L'Oscuro" su Radio Due. Collabora con "La Stampa", "Vanity Fair" e "Io Donna".

sabato 26 luglio 2014

GIOVANI GIOVANOTTI GIOVINASTRI 20.1 - 20 ANNI FA, IL FUTURO

« Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu, che insensato cerchi lei!. »
(Moby Dick, Cap. 135)
C’era una volta, anzi no.  Non è una favola quella che voglio raccontare, quanto una storia personale e collettiva che questa città ha vissuto nella prima metà degli anni ’90, quando prosciugato lo stagno generazionale ed ideologico degli anni lunghi del riflusso, si venne a creare per motivi ignoti una visibilissima isola di creatività, impegno e bisogni sociali. Un lampo, una fuga, una tensione, un percorso lungo quattro anni e poi interrotto e mai più ripreso, dimenticato, abbandonato, costretto all’oblio forse per volontà dei suoi stessi protagonisti.
Una circostanza che riporta alla memoria un altro avvenimento relativo alla città e che costituisce una similitudine temporale che, come una palla matta scagliata nei decenni passati, giunge nell’odierno per destare anime e sensibilità nuove. Un sasso nello stagno che può avere effetti sconosciuti alla fisica. Eravamo tutti alla caccia della nostra personale Moby Dick e non ricordavamo che in città, in effetti, una balena era arrivata tanti anni fa, solo per pochi giorni, ma tutti avevano dimenticato da dove venisse e dove fosse finita.
“Apparizione misteriosa, terribile e meravigliosa, tratta dalle profondità dell’Oceano da un arpione, eviscerata, riempita di formalina, deposta su un semirimorchio e in viaggio per l’Europa continentale, oltre la Cortina di Ferro, in Grecia e in Israele e infine in Italia. Per svanire infine in un buco nero, forse comprata da un circo spagnolo e arenata per sempre in Catalogna… Il passaggio della balena Goliath a Campobasso, nel dicembre 1972, riaffiora dalle memorie infantili di una generazione come un sogno perduto e ritrovato. Il fugace passaggio di una creatura mitologica che oggi appare come l’archetipo di un immaginario fantastico che, per una stagione altrettanto breve, si è sperato che potesse andare al potere. Al potere sono poi andati ben altri immaginari ma la Balena potrebbe finalmente riemergere dalle profondità del tempo e tornare. Per riscattare la sua maestosa alterità liberandosi - e liberandoci - dalle catene che per troppi anni l'hanno imbrigliata. Nell’attesa, aspettiamo di ricostruire insieme la memoria di Goliath a Campobasso, chiusa in un semirimorchio posto a piazza Savoia, davanti all’ingresso della Villa Comunale, di fronte al Jolly Hotel.”
Venti anni sono trascorsi dall’inizio di una avventura chiamata “Giovani Giovanotti Giovinastri”. Ma come si misurano venti anni? Ad esempio trascorsero venti anni tra la fine della seconda guerra mondiale e l’uscita di “Rubber Soul” dei Beatles, oppure tra la morte di Giorgiana Masi sul ponte Garibaldi a Roma e l’uscita del film  “Full monty”. La misura del tempo e le sue percezioni possibili appartengono al collettivo o al personale? Oppure ad un personale collegato ad un collettivo? Sbrogliare la matassa del tempo è impresa difficile ma se il sentiero si apre camminando, essersi rimessi in cammino è almeno esercizio salutare. Giovani Giovanotti Giovinastri 20.1 guarda al futuro. Si tornerà per quattro giorni a parlare di universi che si espandono ancora allontanandosi da quelli in decrescita (infelice), ripercorrendo gli anni che hanno diviso ed unito ancora una volta. 
“Ci siamo riuniti dopo una mail che io inviai un anno fa a tutti gli organizzatori delle edizioni di ggg. Ci dicemmo che erano passati 20 anni. in questi vent'anni ognuno ha fatto il suo percorso, ma di quella esperienza cosa è rimasto? Dove sono i giovani a cui volevamo lasciare la staffetta? Allora riproviamoci ancora, dopo 20anni ci riproviamo. Autofinanziati, no a soldi pubblici, si all'idea che ggg è sempre con lo sguardo al futuro. Guardiamo avanti, non indietro. Non siamo autoreferenziali ma buttiamo ancora una volta la pietra in uno stagno, che sia la volta buona?”
Sarà dunque tempo di confrontarsi per parlare di venti anni fa, il futuro. Ci saranno tutti, insieme ad ospiti come Marco Philopat, Il Duca, BK Bostick e Lucia Vitrone. “Perché sogni, utopie e realtà di ieri ci accompagneranno nel prossimo futuro, quello a cui siamo interessati, quello per cui lavoriamo, quello per cui GGG 20.1ha la sua ragion d’essere.” Due mostre troveranno spazio nelle nuove strutture culturali nate negli ultimi venti anni. Nell’ex Onmi la mostra antologica di tutte le edizioni di Giovani Giovanotti Giovinastri 1993 – 1996 con fotografie, articoli, documenti video, oggetti, materiale promozionale relativo al festival. Negli spazi dell’ex Gil arriva a Campobasso la mostra “Bhap!”: “Beat Hippy Autonomi Punk”,  realizzata da Marco Philopat e Giancarlo Mattia con la collaborazione della Casa delle Culture di Cosenza. Un’esposizione, costituita da 126 pannelli, dedicata alle controculture e ai movimenti, i cui materiali utilizzati provengono dai due archivi – quello di Giancarlo è semplicemente infinito – con il supporto dell’archivio Primo Moroni e di quello della casa editrice ShaKe.
“Una mostra sulle controculture e i movimenti che a partire dagli anni Cinquanta hanno popolato la nostra vita, che hanno segnato il tempo e sognato di andare fuori dal tempo, che hanno stravolto il modo di vivere e quindi anche la politica, che hanno tentato di separarsi dalle separazioni per allargare l’area della coscienza e assaltare il cielo.”
L’evento finale al Blue Note con un evento multisensoriale scritto da Leopoldo Santovincenzo, attuale responsabile programmazione cinema RAI4, critico cinematografico e mente di Giovani Giovanotti Giovinastri. Un evento che coinvolgerà musicalmente musicisti, dj e performer che attraversarono quei momenti. Ma è presto per raccontare ancora tutto. Dal 9 al 12 settembre potrebbe accadere l’imponderabile. 

Il bollettino del ministero degli esteri di Giovani Giovanotti Giovinastri è sulla pagina facebook www.facebook.com/pages/Giovani-Giovanotti-Giovinastri/220369341475982?ref_type=bookmark

venerdì 25 luglio 2014

EDDIE LANG FESTIVAL, ITINERANTE E BRIOSAMENTE JAZZY

Il legno per la costruzione dei suoi strumenti non mancava dalle parti di Monteroduni, in provincia di Isernia. Domenico Massaro, liutaio esperto, non avrebbe mai potuto neanche lontanamente sospettare che il suo giovane pargolo Salvatore, sarebbe entrato nella storia della musica mondiale, divenendo modello per generazioni di chitarristi jazz e ispiratore di un longevo festival jazz proprio in quella terra che fu costretto a lasciare per emigrare come decine di migliaia di suoi corregionali negli Stati Uniti.
Da ventiquattro anni Salvatore Massaro in arte Eddie Lang viene ricordato proprio a Monteroduni, grazie al lavoro sapiente dell’associazione che porta il suo nome d’arte, riuscendo a portare nella piccola regione star di assoluta grandezza del panorama jazz mondiale. Un lavoro che porta via tempo, energia, risorse ma che anno dopo anno è riuscito a creare un pubblico competente ed affezionato a quei luoghi, arricchendo il versante didattico con seminari, workshop e concorsi dedicati alla chitarra jazz e quello propriamente di spettacolo con cartelloni di assoluta qualità al pari di rinomati festival italiani ed europei. Michel Petrucciani, John Scofield, Jim Hall, Art Ensemble of Chicago, Idris Muhammad, Joey DeFrancesco, Marcus Miller, John Abercrombie, Bireli Lagrene, Stanley Jordan: questi solo alcuni nomi che dal 1991 hanno calcato il palco del festival, insieme alle migliori esperienze jazz solistiche e di formazioni provenienti da tutto il mondo e dal nostro Belpaese.
La nuova edizione che avrà inizio tra qualche giorno sembrerebbe essere quella del definitivo cambiamento, dopo un lavoro di confronto con il territorio e le istituzioni, per fare dell’Eddie Lang Festival il secondo festival jazz in Italia in ordine di importanza. Questo è quanto riscontrato dalle parole di Giovann Mancini, presidente dell’associazione Eddie Lang che, questa mattina, nella sede della Giunta regionale ha presentato la nuova edizione ricca di importanti star internazionali ed italiane che calcheranno per la prima volta le piazze ed i luoghi più belli di numerosi comuni molisani. Una edizione itinerante, condotta con la collaborazione dell’associazione culturale Vianova, che intende portare – secondo il vicepresidente Massimo Petrarca - il jazz (spesso riveduto e corretto in chiave pop) nel cuore dell’estate molisana, coniugando bellezze architettoniche e paesaggistiche con i migliori prodotti provenienti dalle eccellenze del territorio e con cene spettacolo preparate da rinomati chef molisani. Qualche nome dell’edizione: Manhattan Trasfer, James Taylor Quartet, Eumir Deodato, Nicola Conte, Montefiori Cocktail, Hanna Williams and the Tastemakers. Un approccio popolare meno rigoroso verso un genere musicale considerato d’elite ma che, in tutto il mondo, conta numeri decisamente interessanti in flussi turistici ed economici e che comunque trova radicamento nella regione, grazie al lavoro svolto da altre esperienze del territorio come Jazz in campo (Campodipietra), San Giazz Festival (San Giacomo degli Schiavoni) oltre ai defunti Toquinho Festival (Toro), Festival dell’Adriatico (Termoli) o a Campobasso nell’attività della scuola Thelonious Monk diretta da Gianclaudio Piedimonte o in quella artistica di decine e decine di musicisti che spesso valicano i confini molisani come il batterista Luca Santaniello (Juliard School N.Y.), il chitarrista Luca Tozzi (bluesman a New York) o Chara Izzi, eccellente vocalist impegnata negli States, ospite quest’anno in Germania del prestigioso Jazzahead Festival. Decisamente reattivo il presidente della Giunta regionale Paolo Frattura, in polemica con alcune dichiarazioni provenienti dall’opposizione. ““L’Eddie Lang Festival Jazz e le altre rassegne che abbiamo scelto di sostenere per la qualità della proposta messa in campo – ha proseguito Frattura - smentiscono e annullano le varie e diffuse profezie di morte della cultura, dell’arte, della musica in Molise, a causa, nemmeno a dirlo, della disattenzione della Regione. La Regione risponde con i fatti, contribuendo, nell’ambito delle sue competenze e nel rispetto dei ruoli, alla realizzazione di eventi di assoluta importanza per il nostro territorio, come l’Eddie Lang. Questo festival ha un marchio, sinonimo di qualità e di grande musica, una storia e una tradizione. Nonché una capacità di rinnovamento che significa due cose: generosità (rinnovarsi spesso è anche rinunciare a proprie specifiche peculiarità in virtù di un progetto più alto e più ampio) e apertura, nel senso anche fisico del termine: dalla splendida location di Castello Pignatelli di Monteroduni a tante altre piazze del nostro Molise, con l’edizione itinerante di quest’anno: una sperimentazione di luoghi possibile anche grazie alla lungimiranza e alla sensibilità mostrate dai sindaci, in particolare i giovani sindaci, che hanno compreso l’importanza, per le comunità che amministrano, di diventare teatro di un Festival strutturato”.
Parole che confermano l’impegno dell’ente, che deve rispondere però in termini legislativi con una strutturazione e riforma del sistema dedicato a manifestazioni del territorio che coniugano cultura e turismo. Una richiesta venuta da Giovanni Mancini, in conferenza stampa, che ha chiesto certezza dei fondi entro il 2014 per poter programmare sin dall’autunno la prossima edizione consentendo un’adeguata promozione in campo nazionale ed internazionale. Un parametro che dovrebbe essere certamente accolto dalla proposta di legge in preparazione dalla struttura regionale, pronta nell’autunno ad iniziare il suo iter legislativo tra commissioni e consiglio per approntare la riforma del sistema cultura, bisognosa di dinamismo, scelte strategiche e risorse finanziarie.
Il cartellone di concerti della ventiquattresima edizione della Eddie Lang Jazz Festival è reperibile sul sito www.eddielang.org o sulla pagina facebook https://www.facebook.com/eddielangfestival .

mercoledì 16 luglio 2014

Gaetano Meomartino e il Mucchio Selvaggio in Molise


Transitando lungo l’unica arteria stradale che congiunge il Molise centrale alla costa è facile fantasticare l’esistenza di feroci pellirosse e sanguinari banditi nascosti lungo i crinali di certe colline, identiche a quelle immortalate in tante pellicole spaghetti western negli anni ‘70.

Guardando a quanto accaduto tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800 nelle campagne della Capitanata che si estendevano tra il nord della Puglia ed il Basso Molise, il paragone esiste, eccome. Come nel Far West sporco, povero e feroce di Sergio Leone, nella nostra storia locale non meno sporca, povera e feroce di quella narrata dal regista di “Per un pugno di dollari”, sono esistiti personaggi dalle personalità complesse, veri e propri antieroi, che hanno vissuto, ucciso e fatto uccidere senza troppi scrupoli.
La storia di Gaetano Meomartino, capo di una compagnia di mercenari a cavallo, è una di queste. Personaggio inquieto, Meomartino è una sorta di primula rossa che ha saputo navigare per quasi venti anni tra l’occupazione francese del Regno di Napoli, la carboneria, la corte borbonica a Palermo e i sanfedisti, venendo trucidato dalle Regie Milizie del Molise residenti ad Ururi (comune arbreshe molisano), insieme ai suoi fratelli e alla sua banda di contractors ante litteram. Non un semplice brigante, dunque.
 “Fra i suoi occulti protettori vi erano cittadini d'ogni classe sociale, funzionari governativi, magistrati perfino; e quindi, o per spirito settario, o per tema, o per interesse, o per altri ignobili motivi, una fitta rete d'informatori favoriva il bandito, tutti in gara a prevenirlo dei progetti e delle disposizioni dell'Autorità costituita.” Così scriveva lo storico Giambattista Masciotta nel quarto volume dell’opera “Il Molise dalle origini ai nostri giorni” nel 1952, raccontando le gesta del Meomartino.

Lo storico racconta con dovizia di particolari tutta la vicenda che ebbe addirittura l’opportunità di essere immortalata  nel film “L’ultima carica” del 1963, per la regia di Leopoldo Savona. Il soggetto narra di una storia d’amore nata tra il brigante - patriota Rocco Vardarelli (Tony Russell) e Claudia (Haya Harareet), una bella aristocratica, ai tempi della dominazione francese. Nel cast anche un giovanissimo Oreste Lionello e Bruno Corbucci alla sceneggiatura.

 Ma chi era Gaetano Meomartino e perché la sua banda era chiamata dei Vardarelli? Nato il 13 gennaio 1780 a Celenza Valfortore, viveva a Castelnuovo delle Daunia quando fu chiamato nelle fila dell’esercito dalle circoscrizioni murattiste. “Giovane di torbido animo, manesco, indisciplinato, anelante ad elevarsi in condizione sociale per desiderio di ozii beati” scriveva Masciotta, Meomeartino fuggì in Sicilia come disertore ben sapendo che la Corte borbonica accoglieva tutti i “profughi” del continente, senza spesso indagarne le origini. Un fuga che durò qualche anno prima di dover fuggire per evitare la galera.

Tornato nella sua terra d’origine si mise alla testa di una numerosa banda di malviventi che, secondo le cronache, montava buoni cavalli ed era fornita delle migliori armi in circolazione. Meomartino era smanioso di dare fastidio all’occupazione francese, convinto della prossima restaurazione dei Borboni sulla terraferma. Da Napoli milizie scelte furono inviate per affrontare la banda dei Vardarelli ma la banda “si sciolse misteriosamente come misteriosamente si era formata”, e Gaetano tornò nuovamente in Sicilia dove i suoi delitti furono considerati ottimi requisiti nei confronti dell’usurpatore francese e dove venne nominato Sergente del Corpo delle Guardie.

 Arrivò la restaurazione borbonica che non tenne fede alla promessa di una riforma agraria e Meomartino nello stesso anno (era il 1815) disertò nuovamente per mettersi a capo di una banda ancor più numerosa, insieme ai fratelli Giovanni e Geremia. I Vardarelli contavano cinquanta uomini a cavallo: in breve tempo, scrive ancora il Masciotta “acquistò funesta rinomanza di coraggio temerario e di potenza indomabile nell'intera Capitanata. Era invocato dai poveri contro gli abusi e le prepotenze dei ricchi: ed egli accorreva prontamente e faceva vendetta, riservando a sè ed ai suoi la parte leonina delle spoglie.” Fu così che il nome della banda divenne popolare. Con la base situata nell’alta valle del Fortore, Meomartino faceva partire rapide incursioni in Capitanata, Molise, Irpinia, Terra di Bari e Terra d’Otranto, giungendo ad accordarsi politicamente anche con il prete brigante Don Ciro Annicchiarico.

 Il nome della banda derivava dal mestiere del padre dei Meomartino che era un vardaro, un costruttore di basti e selle speciali per asini e muli; i figli del "vardaro" erano ovviamente i "vardarielli". Nonostante tutti gli sforzi il governo borbonico non riuscì a fermare la banda che conquistava sempre più le simpatie delle masse rurali ma anche quelli della Carboneria: secondo il Masciotta Meomartino infatti “rivestiva un grado nella formidabile setta; onde riusciva a sapere, in precedenza all'esecuzione, gli ordini spiccati contro di lui, e perfino le misure che erano allo studio o in via di maturazione.”

 Pur di tenere buona una provincia sterminata e ricca per le sue magioni, il governo borbonico nel 1817 tratta con la banda, concedendo il perdono. E’ il ministro di polizia, il marchese Luigi de Medici, a trasformare la banda in squadriglia autonoma di armigeri, sottoposta agli ordini dei Generali comandanti delle provincie, assegnando lo stipendio mensile di 30 ducati ai militi, di 45 ducati a ciascuno dei germani del Capo, e di 90 ducati a Gaetano Meomartino. Una sorta di contractors ante litteram, una pratica comune nel passato (basti pensare a come la corona inglese si era avvalsa dei corsari nella lotta contro gli spagnoli), che in breve tempo ripulirono la Capitana da tutti i malviventi.

Questa posizione controversa era vissuta in maniera guardinga dalla banda che comprendeva la stranezza della propria situazione giuridica e morale. Correva voce, inoltre, che l’onta della nomina sarebbe stata presto lavata con il piombo e non con il denaro promesso. Malgrado ciò, scrive Masciotta “Il Governo centrale… non riusciva, peraltro, a trovare un ceffo capace di tentare una minima impresa contro il Meomartino e i suoi.” Il pretesto si presenta quando i Vardarelli rifiutano di essere trasferiti a Sora per sedare una rivolta dei militari all’interno della fortezza di Gaeta. Essi non volevano, infatti, allontanarsi dalle loro terre. Il re, però, considera il rifiuto come un atto di diserzione e decide la fine della banda. Il generale Church riceve il comando delle forze per la repressione del brigantaggio e si trasferisce a Barletta, dove insedia il suo quartier generale. La capitolazione della banda arrivò per puro caso.

Meomartino spesso si fermava ad Ururi per fare rifornimenti, cittadina che da venti anni era scossa da una faida tra due importanti famiglie: gli Occhionero ed i Grimani. Una faida nata durante l’occupazione francese che vedeva protagonista il comandante delle truppe francesi di passaggio che, ospite nella casa di Nicola Grimani, aveva superato il limite imposto dalla convenzioni locali riguardo alla cortesie nei confronti della moglie dell’Occhionero, dirimpettaio del Grimani. Da qui nacque un alterco tra il comandante francese e lo stesso Occhionero che finì schiaffeggiato. “Nell'animo dell'oltraggiato – scriveva il Masciotta - sorse ed ingrossò poi il sospetto che il Grimani avesse suggerita la visita al manesco comandante, donde nacque un livore che per oltre mezzo secolo perdurò, alimentato scambievolmente e tenuto desto con aggressioni, incendi, abigeati, calunnie, appostamenti, assassinii, e tutto ciò che le passioni più cieche possono ideare ed il braccio eseguire.” 

Come nel Mucchio Selvaggio le incursioni dei Meomartino si fecero sempre più truculente: nel corso di questa rivalità i Vardarelli, alleato con Emanuele Occhionero poiché Gaetano aveva battezzato la figlia Giacinta, avevano ucciso trecento suini nella masseria dei Grimani; una seconda volta ottanta vacche; una terza volta avevano dato fuoco ai campi coltivati e, l’ultima, avevano violentato tutte le donne di casa dinanzi agli uomini legati. Episodi che reclamavano vendetta: i Grimani allertarono dalla vicina Portocannone il distaccamento delle Regie Milizie del Molise al comando del tenente Nicola Campofreda. Meomartino, del resto, era diventato una presenza difficile da gestire anche per lo stesso Occhionero che era infastidito dalle sue frequenti visite. Non solo, lo stesso Occhionero ormai veniva descritto dai suoi nemici come manutengolo, ricettatore e marito “paziente”.

 La morte di Gaetano Meomartino arriva dunque la mattina del 9 aprile 1818 durante una rivista della squadriglia in piazza, proprio dinanzi la casa dei Grimani. Prima i colpi di moschetto, poi la scarica di fucileria. Restano sullo sterrato sette cadaveri crivellati di proiettili: si tratta di Gaetano, Giovanni e Geremia Meomartino, Serafino Viola di Portocannone, Carlo Tosto di Torremaggiore, Domenico di Furia da Panni (Avellino), Tommaso Sanpoli di Pietracatella. Dall’agguato fuggirono trentanove gregari che, nonostante la latitanza, vennero richiamati a Foggia dal generale Amato, comandante della Provincia, affinchè in ossequio al Regio Decreto che ne aveva fatto una squadriglia di armigeri, eleggessero un nuovo capo.

Una chiamata che rivelò presto un tranello per sconfiggere definitivamente la banda che, accerchiata nuovamente dalle truppe regolari, lasciò sul campo nove morti. Circa una decina, tra i più destri, riuscirono invece a fuggire in sella ai propri cavalli, altri venti si rifugiarono in una vecchia cava dove precipitarono e trovarono la morte asfissiati poiché i soldati gettarono materiale infiammabile per stanarli senza successo.
“Questo miserando epilogo della tragedia in Ururi iniziata – scriveva il Masciotta - sta ad attestare la bassezza dei tempi, e la compassionevole debolezza che voleva parer forza del governo dei Borboni. L'eccidio avvenuto in Ururi non fu seguito da processo. Nessuno, quivi, ebbe torto un capello. Così fini la gesta dei Vardarelli.”

I DOCUMENTI UFFICIALI Il Sindaco di Ururi spedì al Sottintendente di Larino il seguente rapporto "ad usum Delphini": in opposizione cioè alla realtà degli avvenimenti quale noi abbiamo or ora esposta: "Ururi, 9 aprile 1818" Sig. Sotto - Intendente, "Ieri che si contavano li 8 di questo aprile, essendo giunta la Compagnia del sig. De Martino (sic), dopo di essere stati tutti bene alloggiati, han cominciato a mettersi sossopra, prendendo occasione che l'avena, che doveva somministrarsi per i loro cavalli, era di cattiva qualità, non ostante che esso suddetto de Martino, con sue lettere preventive, che qui si conservano, aveva ordinato che io avessi tenuto pronta detta avena per i suoi cavalli. "Conoscendo dunque che costoro erano qui giunti male intenzionati, ho cercato ogni mezzo di capacitarli coll'essere andato io di persona per il paese questuando orzo e contentarli. Finalmente capacitatili con le mie dolci maniere, jeri sera mi è riuscito mantenere la tranquillità; ma perché nella passata notte non solamente tutti han cercato di maltrattare la cittadinanza, e con domandare spese di vitto fuori dell'ordinano e col toccare la stima di alcune famiglie, cos“ con l'occasione d'essersi qui trovata esistente (sic) la colonna Mobile sotto il comando del signor D. Nicola Campofreda" ( 399 ), questi volendo questa mattina compatire la cittadinanza maltrattata, "venne in altercazione con l'intiera compagnia del suddetto De Martino, il quale, si lui "che i suoi fratelli, avendo cominciato a far fuoco, tanto essi che i loro compagni sia contro della compagnia del suddetto signor Campofreda che contro questa popolazione, quali per non restar vittime del loro furore, si posero tutti alla difesa, formando un fatto d'armi il più strepitoso che mai possa credersi, dentro del quale restarono morti tutti 3 i fratelli de Martino, un tale per nome Serafino Viola, molti altri fuggiti gravemente feriti, ed altri morti, che non ancora mi riuscito di sapere chi siano, riserbandomi di darvi con altra mia più distinto e chiaro rapporto, giacché ora mi trovo nella massima confusione. "Compiacetevi di passarne subito avviso a' legittimi Superiori, affinchè questa povera infelice popolazione non abbia a soffrire qualche sinistro avvenimento, non essendo in menoma parte colpevole di cosa alcuna, compiacendovi ancora farmi sapere se i cadaveri possono seppellirsi o debbono riconoscersi e formarne le debite carte, prevenendovi di ritrovarsene uno ferito, che vi compiacerete ordinarmi se debbo subito costì mandarlo.
 Il Sindaco Giovanni Musacchio

 Nel Libro parrocchiale dei Defunti è scritto, invece: "Ururi, 9 aprile 1818 "Gaetano de Martino, figlio di Pietro quondam e Donata Iannantuono, del Comune di Celenza, domiciliato in Castelnuovo, morto ammazzato a colpi di schioppettate, in età sua di anni 40 circa, senza ricevere alcun sagramento, verso le ore 15 di detto giorno. Il suo cadavere si è seppellito nella Congregazione dei morti di questo suddetto Comune.
 "Firmato "
Pasquale Schiavone Economo Curato